sabato 17 settembre 2016

"Autobiografia di una femminista distratta" di Laura Lepetit

Con una guest star d'eccezione ;)


Davanti ai libri mi sento come un cane da tartufi. Li cerco col naso, ne sento l’odore, capto i segnali che mandano e batto il terreno con il muso tra i cespugli.

Amo leggere le biografie: storie di vita vissuta di persone importanti, di persone interessanti, racconti di vittorie e sconfitte, di fallimenti superati e di successi ottenuti con il duro lavoro, il sacrificio e la passione. E ancora di più amo leggere le biografie di donne che si sono fatte strada nella vita, che strisciando e sgomitando sono riuscite ad aprirsi un varco in un mondo che per loro non è mai stato troppo facile e a lasciare in qualche modo il segno. Trovo che queste biografie ­– e in particolar modo le autobiografie – abbiano un doppio fascino e utilità: da una parte, avvicinarci a persone fisicamente o storicamente lontane, persone che ammiriamo e che rischiamo di cadere nell’errore di idealizzare, mostrandoci il loro lato più umano e allo stesso tempo sensazionale; dall’altra, esserci di ispirazione e suggerirci che in fondo, alla fine, possiamo farcela anche noi.

Ma chi è Laura Lepetit? Da sempre appassionata di letteratura dietro influenza della madre e del nonno, si laurea in Lettere Moderne all’Università Cattolica di Milano. Timida ma con le idee ben chiare, si trova, un po’ per caso e un po’ per gioco, a gestire con l’amica Anna Maria Gandini la libreria Milano Libri nella quale lavora nel decennio dal 1965 al 1975 e che diviene per lei fonte di esperienze e incontri stimolanti. Il primo contatto con il femminismo avviene molto presto, ma è solo dopo aver fatto la conoscenza della popolare femminista italiana Carla Lonzi che sceglie di farne un suo ideale. Nel 1975 Laura Lepetit fonda la casa editrice La tartaruga che si farà conoscere per il suo vasto repertorio di pubblicazioni tutte al femminile con autrici del calibro di Virginia Woolf e Alice Munro (entrambe troveranno presto spazio anche su questo blog!). Oggi La tartaruga non esiste più, poiché venne ceduta nel 1997 alla Baldini & Castoldi, ma il contributo che ha dato alla diffusione della letteratura femminile in Italia è e rimane indelebile.

Nei segni sul viso delle persone mature si legge tutta la loro vita. È come se il viso fosse una tela bianca e gli anni ci lasciassero sopra le loro tracce. Si può leggere se una vita è stata felice, se i desideri sono stati soddisfatti, se non restano rancori, si può leggere la rassegnazione, si possono leggere anche messaggi contraddittori, è molto interessante ed è un vero peccato cancellare tutto con la chirurgia e il botox.

In Autobiografia di una femminista distratta la Lepetit racconta la sua storia attraverso una serie di brevi capitoli che racchiudono episodi importanti della sua vita, ma anche riflessioni e pensieri sparsi, raccolti insieme in modo – per l’appunto – un po’ distratto. È così che si passa da questioni femministe, alle ragioni che l’hanno spinta ad aprire la sua casa editrice, a interrogarsi su cosa pensano i gatti fino a reminiscenze di quando era bambina, il tutto raccontato con un linguaggio piacevolmente semplice e sincero. L’impressione che si ha leggendo questo libro è quella di sedere sul terrazzo di una bella casa di campagna con la propria nonna e, mentre si ammira la natura verdeggiante cullate da una leggera brezza in un sereno pomeriggio di primavera, ascoltare il racconto della sua vita.

L’amore che la Lepetit nutre per i libri e le sue autrici emerge a più riprese nel corso del testo: a volte si tratta di libri che ha pubblicato con la sua casa editrice, altre di letture che l’hanno particolarmente colpita, altre ancora finisce con l’associare determinate persone o situazioni alle storie raccontate nelle sue letture o ai loro personaggi. Incontrare il libro giusto al momento giusto è un fatto fondamentale e necessario, afferma, ed è chiaro come ciò sia particolarmente vero nel suo caso, quello di una vita vissuta con e per i libri.

Parlare di sé, raccontare sensazioni, confrontare esperienze senza riguardo a età, classe o condizione sociale. L’essere donna formava il substrato comune, rivelava più somiglianze che differenze, più sorprese che luoghi comuni. Era la prima volta che le donne si parlavano direttamente, senza la maschera che il patriarcato le aveva costrette a indossare.

Un altro grande amore della Lepetit, oltre ai libri, è senza dubbio il femminismo. Il rapporto dell’autrice con questo movimento, tuttavia, non è sempre stato idilliaco – si trattava di un concetto ancora sconosciuto che si faceva strada in Italia proprio in quegli anni e che alle stesse donne appariva ancora estraneo – e prima di condividerne gli ideali, prima di farne la sua bandiera e forza motrice ha dovuto conoscerlo e comprenderlo più a fondo. Determinante in questo senso è stato l’incontro con Carla Lonzi che, confessa la Lepetit, ha cambiato la sua vita. Con Carla e il gruppo Rivolta Femminile la Lepetit instaurerà un rapporto solido e duraturo facendo propri slogan del Manifesto del gruppo quali “La donna è stufa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante” e aprendo il cuore e la mente a una ideologia che man mano scoprirà riguardarla molto più da vicino di quanto potesse immaginare. Grazie alle influenze di Rivolta Femminile prima e del circolo culturale tutto al femminile del Cicip poi, Laura Lepetit diventerà così un’importante esponente del femminismo italiano e, decisa a dar voce alle donne di tutto il mondo, giungerà finalmente ad aprire la sua casa editrice, frutto e fonte di tanto lavoro e infinite soddisfazioni.

Se descrivessi Autobiografia di una femminista distratta come un’opera sensazionale ed estremamente illuminante mentirei, almeno per quanto mi riguarda. Nel suo essere un lavoro di enorme importanza per la sua autrice da una parte, e un pezzo di storia del femminismo in Italia raccontato con modestia e un pizzico di nostalgia dall’altra, si presenta al lettore come il "semplice" racconto della vita di una donna che ha saputo portare avanti i propri ideali, una di quelle storie che un giorno forse potremo raccontarci con le nostre amiche sedute davanti a un buon caffè. Come ho già detto, l’impressione che ho avuto leggendola è stato quello di una chiacchierata con la nonna che decide di rivelare il suo passato: una storia probabilmente più importante per chi la racconta che per chi la legge, ma pur sempre degna di essere raccontata e assolutamente gradevole da ascoltare.

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In chiusura approfitto di questo post per comunicarvi che la prossima settimana sarò a Torino e non ci saranno aggiornamenti del blog. Tornerò più attiva che mai dopo il 26. A presto! ;) 

venerdì 9 settembre 2016

"La nave per Kobe" di Dacia Maraini



Wow, mi sembra un’eternità che non scrivo una recensione. E in effetti, tra impegni di vario genere e altri argomenti che mi stanno particolarmente a cuore e di cui volevo parlare, è trascorso quasi un mese senza una singola recensione. Ovviamente le letture non si sono fermate – anche se sono avanzate un po’ a rilento – ma oggi sono finalmente qui per recensire un libro che ho letto un po’ di tempo fa e che ancora non avevo trovato le parole per commentare (e non sono certa di averle adesso).
Parlare di La nave per Kobe non è facile per me. Qualunque cosa dica, per quanto possa sforzarmi di trovare il giusto equilibrio tra analisi e discrezione, mi sembrerà sempre di non aver detto abbastanza e allo stesso tempo di essermi spinta troppo oltre, di aver varcato il confine di una dimensione personale e interiore cui non dovrei nemmeno avvicinarmi. Scrivere di questo libro mi fa sentire come un’intrusa, mi da la scomoda sensazione di mancare di rispetto alla sua autrice, come se stessi leggendo il suo diario segreto. Eppure la storia è lì, alla libera portata di tutti, bramosa di raggiungere il lettore.

Il primo sapore che ho conosciuto, e di cui conservo la memoria, è il sapore del viaggio. Un gusto di bagagli appena aperti: naftalina, lucido da scarpe e quel profumo che impregnava i vestiti di mia madre in cui affondavo la faccia con delizia. 

Ammetto che quando ho acquistato La nave per Kobe mi aspettavo un testo completamente diverso: una sorta di rivisitazione della sua esperienza giapponese attraverso i diari di sua madre. Ma del Giappone, i diari di Topazia, raccontano ben poco. Si tratta prevalentemente di brevi annotazioni sulle attività e lo stato di salute di Dacia e delle sue sorelle, vaghi riferimenti ad avvenimenti accaduti qua e là nel corso dei loro viaggi ma senza approfondimento alcuno.
Mi è piaciuto, sia chiaro. Mi è piaciuto fin troppo. Forse perché mi ha fatto scoprire un’autrice – che finora conoscevo soltanto di fama – il cui stile inconfondibile ha saputo deliziare il mio occhio di lettrice amante dei classici e delle belle parole, o forse perché la sua profondità e il suo valore intimistico hanno fatto abilmente leva sulle mie corde emotive. 

Paradossalmente penso che questo scritto possa essere per certi versi associato al genere giapponese dello zuihitsu – una raccolta di pensieri e riflessioni messe giù liberamente, come passano per la mente dell’autore – cui ho già accennato in un precedente post. Quello che fa la Maraini è infatti riportare qua e là le annotazioni di sua madre per poi ricamarci tutto intorno, costruire una solida e al contempo fragile tela, una rete di ricordi, pensieri, sentimenti, riflessioni, opinioni che si incontrano, si rincorrono, si fondono insieme accompagnando il lettore in un timido viaggio dentro se stessa.

Non sarà che il tempo è un’idea che ci facciamo di qualcosa che non c’è? Una astrazione arbitraria che costruiamo a nostra immagine e somiglianza e a cui diamo dei nomi di fantasia proprio nel tentativo disperato di trattenerlo, di dargli una forma?

In La nave per Kobe, la Maraini ritorna con la mente a diversi episodi del suo passato – i più piacevoli, come i divertimenti a volte un po’ incoscienti con l’amato padre, ma anche i più spiacevoli, dalla morte della sorella alla guerra vissuta in un campo di concentramento in Giappone – rivive quei momenti con una vena di malinconia e ripercorre i suoi pensieri più intimi. Attraverso questa esperienza l’autrice scopre un mezzo per esplorare se stessa e il suo rapporto con i membri della sua famiglia, amici e amanti. Ma coglie l’occasione anche per riflettere su questioni vicine e lontane, per dare una forma tangibile alle sue credenze e ai suoi ideali, interrogandosi – di tanto in tanto – in merito a questioni più elevate, domande che non hanno una risposta e che continuano ad abitare la sua mente.

Cos’è la diversità, poi, un sentimento? Una parete di carne? Un intruglio di odori riconoscibili? Non lo so nemmeno oggi.

Un tema che sta particolarmente a cuore all’autrice è senza dubbio quello della questione femminile, argomento che riprende più volte anche nel corso di quest’opera. Diversi sono gli avvenimenti che offrono alla Maraini l’occasione per tornare su questo tema, osservarne le dinamiche, interpretarle e proporre la sua analisi e le sue riflessioni. La sua è una aperta denuncia alla società, a ogni tipo di società, di qualunque parte del mondo, perché – afferma – in alcuni paesi le castrazioni sono fisiche, in altri simboliche.

Quale costrizione è più efficace di quella che si attua con il consenso e la sanzione dell’interessata? Essa non solo accetta il suo asservimento ma partecipa alla diffusione e al mantenimento dell’ideologia che lo consacra e lo idealizza, considerandolo parte naturale della sua sorte. Questo è stato fatto alle donne: ed è il delitto più grande. Rese conniventi della propria servitù e trasformate in guardiane ossequienti delle regole che imporranno poi alle figlie, alle nipoti.

Un’ultima cosa, infine, traspare dalle pagine di questo libro, ed è l’immenso amore che la sua autrice nutre per la letteratura. Dacia Maraini – dice – è cresciuta con i libri, ha vissuto con i libri e – penso che tutti lo possiamo confermare – vive di e per i libri. E proprio questi libri ritornano ciclicamente nel corso dell’opera sotto forma di citazioni, ricordi d’infanzia e riflessioni. Che i libri che ha letto nella sua vita, soprattutto le avventure di viaggi che tanto amava nella sua infanzia, siano stati i capisaldi della sua esistenza e formazione è indubbio, ma la nostalgia e l’entusiasmo con cui ne parla li presentano come delle vere e proprie gemme in un’esistenza, quella di Dacia, che già di per sé ha dell’avventuroso. Se non fossi già un’amante della lettura, sono certa che la Maraini, attraverso le parole che riserva alle sue letture, mi ci avrebbe fatta diventare. 

I paesi, ne sono convinta, si conoscono soprattutto attraverso i romanzi. Che ti portano passin passino dentro stanze e corridoi segreti di case lontane, in città sconosciute. Ti mettono in bocca sapori di minestre mai assaggiate, ti fanno toccare con la mano il rotondo dei muscoli di corpi amici e nemici, ti deliziano con il canto di una balia o con la mollezza sensuale di un riposo pomeridiano.

La nave per Kobe è una lettura intima e personale, forse perfino troppo. Uno scritto così naturale, così sincero, da appassionare e spaventare allo stesso tempo. E’ normale? E' giusto aprirsi fino a questo punto? Me lo sono chiesta più volte, quasi esitante, eppure ciò non ha saputo trattenermi dal divorarne letteralmente le pagine. La nave per Kobe non è un romanzo, non è nemmeno un diario, e probabilmente non è neppure l’opera ideale da cui iniziare per conoscere il lavoro della sua autrice. Nondimeno, è un libro che ho amato sinceramente e che mi ha fatto invaghire dello stile della Maraini tanto da convincermi ad approfondire e conoscere la sua bibliografia.

E voi, avete mai letto nulla di Dacia Maraini? Se avete opinioni, consigli e suggerimenti sono sempre ben accetti ;)

domenica 28 agosto 2016

Burkini sì? Burkini no?

Oggi su Biblioteca al femminile – che pur ponendosi prevalentemente come blog letterario è uno spazio che mira a occuparsi della donna a tutto tondo – non si parlerà di letteratura, bensì di un argomento piuttosto scottante che in quest’ultimo mese ha invaso media e social network, come possiamo per esempio vedere qui e qui, facendo molto parlare di sé e arrivando a toccare vertici abissali di ridicolaggine



Ora sembra che il Consiglio di stato francese abbia finalmente dichiarato illegale il provvedimento, ma l’improvviso divieto istituito da alcuni comuni francesi di presentarsi in spiaggia indossando il burkini merita di essere ancora discusso e non dimenticato tanto facilmente. Il veto imposto alla tenuta da spiaggia delle donne musulmane non è infatti una questione da sottovalutare, anche in merito alle numerose polemiche scatenate da parte degli appartenenti a due fondamentali correnti idealistiche. Da una parte, i nuovi sostenitori improvvisati dell’emancipazione femminile (che probabilmente fino al giorno prima – e forse tuttora – sostenevano con fermezza la teoria arcaica dell’uomo lavoratore e della donna regina del focolare) che accusano il burkini di essere, così come il velo, simbolo della sottomissione della donna nei paesi di religione islamica e si dichiarano assolutamente favorevoli a questa scelta che, ai loro occhi, appare come un primo passo verso l’indipendenza femminile e la liberazione dalla minaccia islamica. Dall’altra parte, coloro che in nome della loro “mentalità aperta” e dei loro (lodevoli, per carità) ideali di pace e amore e “siamo tutti belli e ci vogliamo tutti bene” condannano duramente la scelta perché, islamofoba e irrispettosa di tutto ciò che è diverso, vieta a queste donne di scegliere il proprio abbigliamento e manifestare liberamente la propria cultura e religione.

Diciamo che, in linea di massima, la mia opinione è decisamente più in linea con quella dei novelli figli dei fiori piuttosto che dei nuovi paladini della laicità dello Stato (che però diventa improvvisamente cattolico quando si parla di togliere i crocifissi dalle aule) e di una discutibile indipendenza femminile; tuttavia, ritengo che entrambe le fazioni sottovalutino alcuni elementi essenziali che fanno capo all’intera vicenda. Il divieto del burkini solleva infatti due questioni molto importanti: da una parte, il problema dell’effettivo livello di indipendenza in un’ipotetica libera scelta e, dall’altra, lo scontro fra sistemi di valori e la cosiddetta “legge del più forte”.

Ecco in cosa consiste il burkini.

Personalmente rifiuto ogni forma di umiltà e sottomissione all’uomo – di cui mi ritengo un individuo alla pari – e a maggior ragione, in qualità di atea quale mi considero, a un dio che non ho mai visto in volto. Tuttavia, rispetto la libertà di culto e di scelta e penso che chiunque sia libero di scegliere in cosa credere e cosa fare del proprio corpo.
È ormai risaputo che per molte donne di religione islamica quella di indossare il velo (e con esso il burkini) rappresenta a tutti gli effetti una scelta – anche se si incontrano opinioni divergenti fra chi parla di libertà di scelta, chi considera il velo indispensabile per manifestare la propria devozione a Dio, e il sito Islamitalia che sostiene che in realtà il Corano non menzioni la necessità per una donna di coprirsi il volto o i capelli e che il velo fosse semplicemente un indumento di uso comune allo scopo di distinguere le nobildonne dalle schiave ancora prima della stesura del testo sacro e sia stato in seguito strumentalizzato (se non addirittura portato all’eccesso nella forma del niqab e del burqa) da fondamentalismi più o meno radicati e da una società di forte stampo patriarcale. Ad ogni modo, anche se la maggior parte delle musulmane nel mondo gode della libertà di scelta, sappiamo come purtroppo numerose altre donne siano costrette dai loro mariti o, peggio ancora, dalla legge a nascondersi sotto veli sempre più pesanti – come testimonia questa interessantissima campagna nata in Iran in cui i mariti hanno scelto di indossare il velo per protesta a sostegno delle proprie mogli. La questione però è: sappiamo se le donne che incontriamo ogni giorno per strada indossano quel velo per scelta o per costrizione? E soprattutto, anche nel caso di scelta, fino a che punto può essere considerata effettivamente tale e non frutto di un tacito condizionamento sociale?

Una panoramica delle diverse tipologie di velo e di quali sono considerate più appropriate in alcuni dei più importanti paesi di religione islamica.

Per intenderci, penso che una donna che sceglie di indossare il velo (o, in questo caso, il burkini – fermo restando che una persona, per i più diversi motivi, può benissimo desiderare di andare a farsi un giro al mare senza mostrare a tutti le sue grazie) non sia in nulla diversa da una ragazza italiana di provincia che sceglie di sposarsi giovane e figliare come non ci fosse un domani senza aspirare a una determinata carriera lavorativa e che critica la tua scelta di non avere figli perché “non sai cosa vuol dire”, o da una ragazza giapponese che – dopo aver dato alla luce dei figli – si eclissa dal mondo del lavoro per dedicarsi anima e corpo alla cura della casa e della famiglia. Ognuna di queste donne ha scelto da sé la propria vita, lo ha fatto consenzientemente e ne è felice, e probabilmente nessuno le avrebbe mai impedito di compiere una scelta diversa. Eppure possiamo davvero dire che si tratti di una scelta libera da ogni sorta di condizionamento? Per alcune probabilmente sì, ma molte altre avranno agito in quel modo perché è quello che fanno tutte, perché così sono state educate, perché avevano paura di deludere le aspettative di qualcuno, o semplicemente perché non conoscono un’alternativa e questa è l’unica possibilità concreta che si presenta ai loro occhi. Una scelta libera non sarà mai completamente tale finché esisterà un modello da seguire ed è evidente come ancora oggi – e non solo nei paesi a prevalenza islamica – non si sia riusciti a liberarsi completamente da quello storicamente imposto alle donne. Tuttavia, per quanto libera o inconsciamente condizionata, una scelta rimane pur sempre tale e finché rappresenterà una fonte di piacere e serenità per la persona che la compie merita di essere rispettata.

Non vedo nessuna differenza...

A questo punto entra dunque in gioco la seconda grande questione sollevata dal veto posto al burkini sulle spiagge francesi: è corretto proibirne l’utilizzo? La risposta è semplice: no. 
Sia che si tratti di una scelta che di una imposizione, porre alle donne musulmane un divieto sull’utilizzo di un indumento (finché rientra nelle norme di legge e lascia scoperto il volto) è sbagliato. Nel primo caso, perché si impedirebbe a queste donne di esercitare il proprio diritto di libertà di scelta sulla base di tutta una serie di preconcetti frutto di una società non meno patriarcale di quella che si tende ad accusare e che vede la donna come una figura debole e incapace di scegliere ciò che è meglio per sé, e di pregiudizi di natura razzista che condannano senza mezzi termini un’azione non in linea con il proprio sistema di valori. Nel secondo caso, perché la norma non faciliterebbe affatto la vita delle presunte vittime, finendo piuttosto con l’isolarle ancora di più e ostacolarne ogni forma di integrazione. La legge dell’occhio per occhio dente per dente non ha mai portato a grandi risultati e rispondere a una presunta imposizione con un’altra imposizione nella direzione contraria non è certo la soluzione ma casomai un’aggravante che rischia di alimentare incomprensioni e rivalità, e che anziché punire l’oppressore si scaglia ancora una volta contro la sua vittima.

Vietare il burkini in spiaggia non è quindi la soluzione al problema della sottomissione femminile ma soltanto un modo per arginarlo, per nasconderlo ai nostri occhi illudendoci e compiacendoci di averlo risolto, in nome della nostra ormai storica “superiorità di occidentali che abbiamo a tutti da insegnare”. Ma prima di continuare ad andare in giro per il mondo a pretendere di educare e “civilizzare” ogni cultura straniera e “arretrata” – la storia non insegnerà MAI nulla all’essere umano – dovremmo fermaci un attimo a pensare e cercare di capire (non dovrebbe essere nemmeno così difficile) che laddove si vada a ledere la libertà di scelta ed espressione di un individuo si commette SEMPRE un gravissimo errore nei confronti dell’umanità, nonché un reato ai sensi delle nostre tanto decantate Costituzioni. E allora perché non provare a capire cosa queste donne veramente vogliono? Perché, anziché vietare loro ciò che dall’altra parte viene loro imposto, finendo così con l’agire nello stesso identico modo dei loro presunti oppressori, non impegnarci a costruire una società dove possano veramente essere libere di scegliere? “Ma è difficile.” “Ma non è facile capire cosa vogliono.” “Ma a noi non danno le stesse risposte che danno ai loro mariti.” No, queste NON sono le risposte. Tutto quello che vale la pena fare è difficile (cit.), ma proprio perché è importante, proprio perché ne vale la pena, non possiamo liquidarlo con un semplice “ma è difficile”.



E allora qual è il problema? Il problema è che come sempre predichiamo bene e razzoliamo male. Il problema è che anche nel nostro evoluto occidente, ancora oggi, l’uomo e la società si sentono in diritto di esercitare il controllo sulla vita di una donna. Il problema è che quello che pretendiamo di insegnare agli altri è qualcosa che nemmeno noi siamo ancora riusciti a imparare. Non illudiamoci, come vogliono farci credere, di aver conquistato la parità fra i sessi, perché purtroppo la strada per riuscirci è ancora lunga. Non crediamo a quelli che ci dicono che “non abbiamo bisogno del femminismo”, perché il solo fatto che lo temano così tanto è la prova che dobbiamo ancora lottare in suo favore.



mercoledì 24 agosto 2016

#PrayforItaly

Per oggi avevo in programma un post che mi sta molto a cuore, ma al risveglio ho trovato una bruttissima notizia di cui immagino tutti sarete al corrente. Io abito nel freddo e umido nord e non ho avuto alcuna percezione del terremoto ma continuare a leggere notizie come questa che si aggravano di ora in ora mi spezza il cuore.

Vorrei chiedere perché. Ma so che è inutile. Siamo solo uomini e siamo totalmente inermi difronte alla forza prorompente della natura. Non possiamo contrastarla, solo provare a resisterle. Disperarci anche, perché fa troppo male. E poi rialzarci, con il cuore a pezzi, e ricostruire ciò che ci ha così barbaramente portato via, e aiutarci più che possiamo perché l'amore, il coraggio e la solidarietà sono tutto ciò che ci rimane e tutto ciò di cui abbiamo bisogno per andare avanti.

Non sono brava con le parole in questi casi, non so mai cosa dire, ma sono vicina a tutti coloro che sono stati colpiti da questa terribile tragedia. Non credo in un dio, ma prego la terra perché possa concedere una tregua a tutte queste persone e perché dalle macerie che ha causato possano non emergere più vittime.

Sarà dura, ma la forza arriverà ♥︎

venerdì 19 agosto 2016

"The White Queen" di Philippa Gregory



Un genere letterario che ho recentemente imparato ad apprezzare è senza dubbio la fiction storica, in particolare se dedicata alle storie di famose e intriganti regine del passato. (Ok, diciamo pure che ultimamente è diventata un po’ un’ossessione che mi ha portata a riempire la mia libreria di nomi quali Philippa Gregory, Alison Weir e Kate Quinn)
Philippa Gregory, in particolare, è un’autrice che conta numerosi consensi ma altresì altrettanti dissensi fra le file dei lettori e questo per la sua tendenza a manipolare la storia, a non attenersi rigidamente alla verità storica dei fatti ma a condirli con leggende e la narrazione in prima persona delle sue numerose eroine. Quest’ultimo fattore in particolare ha la caratteristica di dar voce alle donne del passato, di mostrarci gli avvenimenti, e le terribili ingiustizie subite, attraverso i loro occhi, arricchendo la narrazione di una chiara impronta femminista. Personalmente, adoro lo stile e la prosa della Gregory e trovo la sua scelta narrativa oltremodo interessante: da una parte, perché permette al lettore di immedesimarsi nelle sue protagoniste e nella vita cui erano condannate in un’epoca in cui il femminismo, di certo, non esisteva ancora e le donne non erano considerate che uno strumento di potere da far fruttare attraverso i matrimoni per dar vita a succose alleanze; dall’altra, perché sebbene le sue storie siano condite da un’impronta decisamente di fiction la ricerca storica alla base è senza dubbio molto approfondita e non vedo nulla di sbagliato nell’aggiungere elementi di fantasia a un’opera che è sì storica, ma è anche e soprattutto fiction.


Passando all’opera in questione, The White Queen è il primo volume della serie intitolata The Cousins’ War e dedicata alle donne della Guerra delle due rose che vede protagonisti gli scontri fra le famiglie rivali dei Plantageneti nell’Inghilterra del XV secolo: gli York e i Lancaster.
The White Queen, in particolare, narra la storia di Elizabeth Woodville – madre dei tristemente noti Principi della torre e futura nonna materna del forse più celebre Enrico VIII – una giovane donna che, alla morte del marito sostenitore dei Lancaster, grazie alla sua bellezza, forza d’animo e determinazione riesce a diventare moglie di Edoardo IV di York e Regina d’Inghilterra. Non sa però che mantenere la sua posizione e proteggere la sua famiglia le costerà immenso dolore e un grande coraggio. Tra omicidi, insidie e tradimenti, Elizabeth, donna e madre prima ancora che regina, si ritroverà tutta sola a combattere per i propri diritti e la difesa dei suoi figli.

Un ritratto di Elizabeth Woodville
There is a part of me, young woman that I am, that wants to run inside and fling myself on my bed and cry myself to sleep. But I don’t do that. I am not one of my sisters, who laugh easily and cry easily. They are girls to whom things happen; and they take it hard. But I bear myself as more than a silly girl. I am the daughter of a water goddess. I am a woman with water in her veins and power in her breeding. I am a woman who makes things happen: and I am not defeated yet. I am not defeated by a boy with a newly won crown, and no man will ever walk away from me certain that he won’t walk back.

La narrazione ripercorre tutta la storia di Elizabeth dal suo incontro con Edoardo IV al leggendario (e profondamente romanzato) incidente dei Principi della torre e all’imminente prospettiva di matrimonio tra la figlia Elizabeth ed Enrico VII, figlio della rivale Margaret Beaufort ed erede dei Lancaster. La Elizabeth Woodville descritta da Philippa Gregory non è una regina perfetta e infallibile ma come ogni essere umano ha le sue debolezze e commette i suoi errori: il suo personaggio è portato in scena prima di tutto come una donna e una madre, non una regina, e ogni sua azione è mossa o fortemente influenzata – ma non per questo giustificata – dall’amore che nutre per i suoi figli. Certo, trattandosi di avvenimenti realmente accaduti il libro lascia ben poco spazio a eventuali sorprese, nondimeno la splendida prosa della Gregory riesce a trasportare il lettore tra le pagine, a coinvolgerlo nelle vicende della sua protagonista, a commuoverlo ed emozionarlo, a fargli rivivere la nota storia come se la stesse leggendo per la prima volta. Questo grazie anche alla magistrale caratterizzazione che l’autrice fa della sua protagonista e al continuo parallelismo con Melusina, creatura leggendaria – per la precisione, una fata dell’acqua dal corpo di donna ma con la coda di pesce o di serpente – che sposa un umano a patto che le permetta una volta a settimana di rimanere da sola senza essere vista. L’uomo infrange il tabù spiando la donna e rimane disgustato dalla sua vera natura. Questa sua bravata condannerà egli alla rovina e Melusina a rimanere una sirena per sempre.

Una rappresentazione della leggenda di Melusina a opera di Julius Hubner

La leggenda della dea Melusina, storicamente legata alla famiglia di Elizabeth, prosegue in parallelo alle vicende della protagonista, legandosi e intrecciandosi al loro svolgersi e donando alla narrazione un’atmosfera al contempo drammatica e fiabesca. 

She is not a boy though she is weak like a boy, nor a fool though he has seen her tremble with feeling like a fool. She is not a villain in her capacity to hold a grudge, nor a saint in her flashes of generosity. She is not any of these male qualities. She is a woman. A thing quite different to a man. What he saw was a half-fish, but what frightened him to his soul was the being which was a woman.

Trovo che le donne della storia siano troppo spesso dimenticate in favore degli uomini che hanno fatto la guerra e, con questa, conquistato nuovi territori e difeso i loro regni. Ma sedere fra le mura domestiche, circondate dall’amore dei propri figli mentre i mariti sono sul campo di battaglia, spesso richiede molto più coraggio che prendere in mano una spada e lanciarsi all’attacco: è il coraggio di sopravvivere, di difendere la propria famiglia, di non lasciarsi schiacciare da chi sarà sempre lì, immediatamente pronto a volgere la situazione a proprio favore. Troppo spesso ci dimentichiamo che la forza non è solo quella fisica e che molto spesso la forza psicologica richiede molto più coraggio. Philippa Gregory, attraverso i suoi romanzi, fa proprio questo: concede il dovuto spazio alle donne “dimenticate” della storia, porta in primo piano le loro personali battaglie e dona loro lo spazio che meritano.
The White Queen è un ottimo esempio di questo intento da parte dell'autrice e, molto probabilmente, Elizabeth Woodville è una delle protagoniste più affascinanti e interessanti che potesse scegliere per dare inizio a una saga che fin dall’inizio sembra promettere molto bene. Personalmente ho adorato questo libro e la storia della Regina Bianca continua ad appassionarmi anche dopo averlo riposto sulla libreria: una donna che da semplice popolana è riuscita a salire al trono d’Inghilterra e che, quando le è stato strappato con il tradimento, ha lottato con ogni mezzo in suo possesso per proteggere i suoi figli ma senza mai rinunciare alla sua dignità.



Per chi fosse interessato, The White Queen esiste in traduzione italiana con il titolo La regina della rosa bianca. Dal libro è stata inoltre tratta una celebre serie tv in dieci episodi trasmessa dalla BBC e con Rebecca Ferguson nei panni di Elizabeth.

giovedì 11 agosto 2016

"Cinder" di Marissa Meyer


Vanity is a factor, but it is more a question of control. It is easier to trick others into perceiving you as beautiful if you can convince yourself you are beautiful. But mirrors have an uncanny way of telling the truth.

Da uno dei più coinvolgenti classici delle sorelle Bronte a uno young adult, perché sì, è bello variare.
Ammetto di essere sempre piuttosto prevenuta quando si tratta di questo genere per via delle storie non sempre valide e dello stile spesso troppo banale e, diciamocelo, non sempre professionale. Tuttavia, era da diverso tempo che continuavo a leggere recensioni di Cinder, primo volume della saga The Lunar Chronicles di Marissa Meyer, in giro per il web e morivo dalla voglia di immergermi in questa affascinante rivisitazione della più antica di tutte le fiabe, anche e soprattutto perché sono io stessa una grandissima appassionata di fiabe e principesse.

La lettura, devo ammetterlo, non mi ha entusiasmato come mi aspettavo, probabilmente perché leggendo i commenti dei lettori mi ero fatta aspettative che andavano ben al di là di ciò che il libro in realtà offriva. Ad ogni modo, ci sono anche molte cose che ho apprezzato e per cui sono decisa a leggere il seguito della storia. Ma proseguiamo con la trama. :)

Cinder è un cyborg che gestisce una piccola officina per androidi a New Beijing, una città situata in un ipotetico futuro dove gli umani convivono con gli androidi e la popolazione è minacciata da un’epidemia di peste. Cinder, come tutti i cyborg, è considerata una cittadina di seconda categoria e per questa ragione cerca di nascondere il più possibile la sua vera natura. Un bel giorno, però, il principe Kaito si presenta nel suo negozio per chiederle di sistemare il suo androide e da quel momento la vita di Cinder verrà completamente stravolta.

Il mio primo impatto con Cinder, devo ammetterlo, non è stato estremamente positivo per via dello stile con cui si presentava il testo a livello estetico. Mi sono tuttavia abituata relativamente in fretta a questa scelta editoriale, complice anche lo stile semplice e scorrevole dell’autrice, finendo con il trovarla addirittura piacevole. 

La prima pagina di Cinder. Ora che ci ho fatto l'abitudine non ci vedo più nulla di strano ma inizialmente tutto quello spazio fra le righe è stato un vero e proprio shock!

Passando ai contenuti, che sono la cosa più importante, la storia ricalca quasi fedelmente – seppur con le dovute differenze di personaggi e ambientazioni – le vicende della Cenerentola più tradizionale e si presenta come un retelling originale e assolutamente piacevole. Devo però ammettere che mi aspettavo molti più colpi di scena mentre in realtà la trama si rivela piuttosto scontata e fin dalle prime pagine è possibile intuire come si evolveranno i fatti. La cosa non è tuttavia estremamente disturbante e la storia è così piacevole, e reminiscente della fiaba originale, da poter essere ugualmente apprezzata. Un altro problema che ho riscontrato, e che reputo caratteristica comune di diversi young adult, è invece l’eccessiva attenzione rivolta all’azione rispetto allo sviluppo psicologico dei personaggi. In poche parole, Cinder è un’opera più narrativa e meno introspettiva e questo implica, almeno per quanto mi riguarda, la difficoltà a immedesimarsi nei protagonisti e lasciarsi coinvolgere pienamente dalle loro vicende. Ciononostante, i personaggi riescono comunque a risultare interessanti ed è facile trovarsi a simpatizzare per Cinder, ma anche per Iko, Peony o il principe Kai.

I principali temi proposti dall’opera, al di là della rivisitazione della fiaba, sono la discriminazione del diverso, l’ostentazione dell’aspetto esteriore, la manipolazione e l’omologazione delle masse. Nel corso della narrazione è inoltre impossibile non cogliere i numerosi riferimenti a Sailor Moon; cosa che, da fan, mi ha riempito il cuore di gioia. Tuttavia, leggendolo avevo sempre la sensazione che il testo mancasse di qualcosa: tante belle tematiche, tante interessanti ispirazioni, ma sempre trattate con una certa superficialità e mai adeguatamente approfondite.

Cinder, devo ammetterlo, mi ha un po' deluso. Non perché non sia un buon lavoro – o per lo meno un lavoro piacevole – ma perché leggendo le recensioni mi ero fatta molte aspettative positive che sono purtroppo state infrante. Il libro, in realtà, presenta molte idee carine e interessanti, ma a volte ho come l’impressione che si abbandoni troppo alla semplicità e alla scontatezza quando invece potrebbe approfondirle maggiormente. Scarseggiano inoltre le descrizioni dei personaggi e del mondo cui fanno parte: l’ambientazione è intuibile ma non prende mai chiaramente forma nel corso della narrazione, lasciandoti nella mente immagini di personaggi che sembrano muoversi nel vuoto. 

In definitiva, ho trovato Cinder interessante ma un po' acerbo. Se lo si considera nell’ottica di quello che è - uno young adult per ragazzine che cercano letture avvincenti ma leggere – allora Cinder è un buon primo volume per una saga che potrebbe avere, se ben sfruttato, molto potenziale (anche se è impossibile non notare il calo di qualità rispetto ad altre opere ugualmente per giovani lettori ma molto meglio scritte e caratterizzate – un nome a caso: Harry Potter – e insomma, diciamocelo, una volta anche i libri per ragazzi erano libri di qualità!); ma da un punto di vista prettamente letterario lo considero un lavoro debole, con ottimi spunti ma che – mi auguro per inesperienza, poiché darebbe all’autrice la possibilità di migliorarsi – non sono stati gestiti al meglio. Ad ogni modo, da appassionata di fiabe quale sono, ho deciso di dare ancora una possibilità a questa saga e leggere anche il secondo volume, Scarlet, di cui posterò senz’altro una recensione a tempo debito.

martedì 2 agosto 2016

"Cime tempestose" di Emily Bronte



Continua la mia scoperta dei classici delle amatissime sorelle Bronte e questa volta è il turno di Cime tempestose, l’unico romanzo pubblicato da Emily, seconda delle tre sorelle, e indubbiamente uno dei più conosciuti e amati. Confesso di essermi avvicinata a questo romanzo non senza un briciolo di esitazione a causa delle numerose recensioni che ho letto online e che si dividevano tra alcune super entusiaste e altre che manifestavano una profonda delusione. Da neofita amante dei classici e alimentata da un’irrefrenabile voglia di conoscerne il maggior numero possibile, ho scelto però di non lasciarmi influenzare e di giudicare con i miei stessi occhi. 
Che dire, il mio voto è senza dubbio positivo! Così positivo da permettergli di entrare non certo nella mia top 3, ma comunque nella rosa dei miei titoli preferiti di sempre.

Salì sul letto e spalancò di furia la finestra, scoppiando, mentre lottava per aprirla, in un’incontrollabile e tragica esplosione di pianto.
“Entra, entra!” singhiozzava. “Entra, Cathy. Oh, entra. Ancora una volta! Oh, diletta dell’anima mia, ascoltami questa volta, ascoltami infine, Catherine!”
[…]
Vi era una tale angoscia nell’esplosione di dolore che accompagnava quella sorta di delirio che la compassione mi spinse a dimenticare tanta follia, e mi allontanai, dolendomi quasi di avere ascoltato, pentito di aver narrato il mio ridicolo incubo dal momento che era stato causa di tale indicibile sofferenza; sebbene non riuscissi a comprendere perché.

Il Signor Lockwood si trasferisce in una dimora conosciuta come Trushcross Grange dove poter trovare un po’ di solitudine in cui rimanere solo con i suoi pensieri. Andando in visita al suo affittuario, lo scontroso Heathcliff, a Wuthering Heights, rimane tuttavia colpito da lui e dagli strani individui con cui condivide la sua abitazione: una giovane fanciulla un po’ scorbutica e un ragazzotto rozzo e dall’aria poco intelligente. È durante una prolungata malattia che il Signor Lockwood chiede a Ellen Dean, la governante di Thrushcross Grange, di raccontargli la storia di quella strana famiglia.
Attraverso il racconto della donna, che occupa la maggior parte della storia, veniamo così a conoscere il passato di Heathcliff, un piccolo zingaro senza famiglia accolto nella sua casa dal Signor Earnshaw e da lui cresciuto come un figlio, e del suo amore passionale ma contrastato con la bella Catherine, sua sorella adottiva. Nonostante lo splendido rapporto con Catherine, infatti, Heathcliff non è altrettanto amato dal fratello di lei, Hindley. Alla morte del Signor Earnshaw, Hindley prenderà possesso di Wuthering Heights permettendo a Heathcliff di rimanere ma declassandolo alla condizione di servo e privandolo completamente di ogni forma di educazione. Questa situazione porterà a un progressivo allontanamento della giovane coppia che indurrà la viziata ed egoista Catherine, seppure ancora innamorata del fratellastro, a cercare il buon nome e la stabilità nel matrimonio con il cugino Edgard Linton. Da questo momento Heathcliff, perdutamente innamorato di Catherine ma violento e rozzo nella sua natura, cercherà di dare pian piano forma alla sua lenta ma distruttiva vendetta nei confronti di tutti coloro che, a detta sua, lo hanno privato della vita.


La prima cosa che mi ha colpito di questo romanzo è la natura stessa dei suoi personaggi. Generalmente tendiamo ad amare racconti i cui protagonisti ci colpiscono perché in qualche modo li sentiamo vicini, perché ispirano in noi una qualunque sorta di ammirazione, o curiosità, o empatia. Penso siano rari, almeno per quanto mi riguarda, i casi in cui si riesce ad amare un romanzo provando tuttavia un sentimento avverso nei confronti del suo protagonista; fino a oggi mi era successo solo con Emma di Jane Austen. La cosa sorprendente di Cime tempestose è che nessuno, non uno dei numerosi personaggi che si muovono al suo interno è non dico piacevole, ma anche solo tollerabile. Ci troviamo infatti di fronte a personaggi viziati, egoisti, vendicativi, spesso rozzi o violenti, quasi sempre ossessivi o ossessionati da qualcosa. La forza motrice di questa storia è l’odio e il desiderio di vendetta che ne deriva, anche quando scaturisce dall’amore, e di odio vivono tutti i personaggi che ne fanno parte. Neanche per un istante ho apprezzato anche un solo personaggio di questo romanzo, eppure la storia mi ha travolto con la sua disarmante forza brutale, mi ha fatto provare rabbia e dolore, e così facendo ha colpito nel segno.

“[…] Non lo avrei mai allontanato da lei fino a quando lei avesse desiderato vederlo. Nell’istante stesso in cui l’affetto di Catherine fosse cessato, gli avrei strappato il cuore e avrei bevuto il suo sangue! Ma fino ad allora, se non mi credi non mi conosci, fino ad allora sarei morto istante dopo istante prima di toccargli un solo capello!”

Quella di Cime tempestose non è una storia d’amore, ma una storia di ossessioni, di vendetta e di una famiglia distrutta. Fin dalle prime pagine si presenta per la sua essenza selvaggia, per quell’istinto violento che anima i suoi personaggi, crudo e indomabile al punto da farli apparire quasi più come bestie che esseri umani. Anche la tormentata storia d’amore fra Heathcliff e Catherine, per quanto apparentemente naturale e sincera, è frutto di un sentimento folle e malato che porta lui ad annullarsi completamente nel pensiero di lei, e lei, troppo ridicolosamente piena di sé per considerare l’esistenza di chiunque altro, a lasciarsi ossessionare dal riflesso della sua anima in quella di Heathcliff. Impossibile provare affetto o empatia per i due giovani amanti, eppure se Catherine non può che suscitare profonde idiosincrasie, Heathcliff, pur nella sua cattiveria e brutalità, pur non essendo in alcun modo giustificabile, riesce a renderci in qualche modo partecipi del suo dolore e delle sue emozioni, quelle di una vita ormai andata distrutta e che non troverà pace finché non riuscirà a fare altrettanto con quella di coloro che ne ritiene i vili responsabili.

“[…] ho solo una preghiera – la ripeterò finché la mia lingua si seccherà: Catherine Earnshaw, possa tu non trovare mai riposo fino a che io sarò in vita! Hai detto che ti ho ucciso – torna dunque e perseguitami! Gli assassinati, credo, perseguitano i loro assassini; so che ci sono stati fantasmi che vagavano sulla terra. Sii sempre con me – sotto qualsiasi forma – portami alla pazzia! Ma non lasciarmi in questo abisso in cui non posso trovarti! La mia sofferenza è indicibile! Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza la mia anima!”

Ho trovato letteralmente impossibile non farmi travolgere dalla violenta ondata di passione e sentimenti di Cime tempestose. Alcuni lettori hanno commentato la loro personale delusione nei confronti di questo romanzo asserendo che “Emily non è Charlotte”. E no, Emily non è Charlotte. E non ha nemmeno alcun motivo di esserlo. Stilisticamente parlando, in effetti, Emily manca completamente della penna elegante e raffinata della sorella, che rimane ancora la mia preferita. Ma il suo stile, più grezzo e diretto, è l’ideale per questa storia che di raffinato ed elegante non ha proprio nulla, ma che ha invece un animo violento, selvaggio, irriverente. È proprio la sua penna, infatti, ad accentuare il carattere ossessivo e l’animo tormentato dei suoi personaggi, e a donare maggiore enfasi alla follia che si snoda come un filo elettrico attraverso la loro storia. 
Personalmente, ho sinceramente amato questo romanzo che ha saputo emozionarmi come pochi altri e di certo è un titolo che consiglierei senza troppi indugi a ogni buon lettore. E con questo, dichiaro ufficialmente aperta la caccia agli altri romanzi delle interessantissime sorelle Bronte! ;)